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Sotto la pioggia di dicembre

Sotto la pioggia di dicembre

La pioggia batte continuamente sulle mie guance. Mi sento immerso in un oceano d’acqua, punto nel freddo dal freddo del mare colorato della città.

Le luci di Natale penetrano i miei occhi stanchi. Sono assordanti, e ne ascolto profondamente le voci più pure. Solo i sussurri dalla gente non mi fanno addormentare; le luci stordenti e i pensieri silenziosi mi accompagnano nel freddo di dicembre.

Sento una tremenda pesantezza sulle mie gambe. Mi si attorciglia fino alla gola, arrampicandosi sulla mia pelle, rendendo il mio passo lento e barcollante. Tutto il peso di un mondo che non m’appartiene, tutta la silenziosa vastità di un Amore grande quanto il Cielo, qualunque paura io abbia mai provato: è tutto riversato sul mio corpo stanco.

Urto un passante, ma non me ne curo. Mi torna alla mente una storia che lessi, tempo fa – diceva che tutti gli esseri umani sono la stessa persona, che noi tutti siamo Dio, in un ciclo infinito di reincarnazione. E feci mia quella storia: credetti alla narrativa di un autore sconosciuto, poiché sposò in pieno tutto ciò di cui ero convinto fino a quel momento.

Mi sentii sciocco, in quell’istante. Non sapendo più a cosa credere, in cosa andare avanti, decisi comunque di alzare il mio piede, e continuare fino alla fine. Passo dopo passo. “Ma cos’è la fine?”, iniziai a chiedermi un giorno. E mille ingenuità mi tornarono in mente, e, in quel momento, mi resi conto che tutto il mondo è ingenuo.

Il freddo blocca la mia gola arsa. Nemmeno la mia sciarpa rossa bloccò quei pensieri, e tutto mi tornò dentro, per poi fuoriuscire, quasi inconsapevolmente. Vivere così profondamente, così consapevolmente, in maniera così incredibilmente pesante, mi rendeva un uomo silenzioso ma estroverso, un contrario vivente. Nelle lunghe classi di scuola restavo zitto ad osservare il mondo, pieno di meraviglia, e, volente o nolente, giudicavo “gli altri”.

Il problema principale di quando si giudica gli altri è che, se pensi che tutti gli altri siano te stesso, stai giudicando Dio, il passato, il presente e il futuro. Ma a nessuno sembrava importare di questo, e nemmeno del mio Amore, o dei miei versi celati al mondo.

Ma andava bene così. Io stesso venivo prima di qualunque cosa e, con esso, anche “gli altri”. Non seppi mai del mio scopo del mondo, e non riuscii mai a capire questa incredibile giostra di contrari, di ossimori, di incoerenza in cui pensavo di sprofondare, giorno dopo giorno. Non lo avrei mai saputo. Io sono semplicemente così. Uno sciocco che ha bisogno di osservare il mondo da ogni angolazione, in ogni modo, per sondarne la superficie nata dalla cortina della realtà.

Mi appoggio ad un palo della luce, e prendo un leggero respiro. L’alcool che ho in corpo sembra riflettersi in prima persona sulla pozzanghera d’acqua di Dicembre. Le gocce che discendono il palo s’infilano nel mio cappotto nero. “Se tutto questo fosse neve…”, penso. “Se tutto questo fosse bianco, allora mi accecherebbe gli occhi, anche se di notte…”

Pensieri futili, per scacciare la pesantezza d’una vita consapevole, attenta, ordinata e tesa verso l’enorme pozzo dell’universo. Tutte le notti passate a osservare le stelle, d’estate, m’apparvero ad un tratto lontane, distanti, anche se ancora parte di me.

E qui, capisco ciò che mi manca. Il pensiero stesso che manca qualcosa. Manca sempre qualcosa. Mi fusi con la pioggia, pensando a questo. E pensare che non m’importa mai di ciò che gli altri non possono intravedere nel mio animo. “Peggio per loro” – mi ripetevo. “Non ha importanza che non leggano i miei versi, che non capiscano la grandiosità del mio mondo. Non ha importanza che restino immaturi. Va bene così. Va bene esserlo. Farò questo sacrificio, di saperlo solo io.”.

E, sotto la pioggia, non mi rendo conto che la sigaretta non riesce ad accendersi. Mi sembra quasi che il piccolo fuoco sia divampato, e continuo ad inspirare ed espirare, talmente i miei pensieri sono appannati. Non sento più la pioggia scendere, ma la vivo fin dentro le ossa e nel pozzo della mia anima l’odore, il rumore. Osservo prepotentemente il colore. In questo istante una cosa così sciocca è parte di me, e la vivo con tutto me stesso. Non per qualcuno, e forse neanche per me – ma solo perché mi risulta naturale.

“Essere sensibili è una croce…”, mi viene da pensare. E nessuno ad ascoltare, a capire ciò che sto provando nei recessi del mio essere. “Ma è tutto bellissimo.”

Inspiro, espiro. Tutti i miei sbagli sono lontani, tutte le cose corrette del mondo sono oltre la cortina del fumo nella mia testa. Provo molto freddo. La folla è lontana.

“Vivere è bellissimo”, ripeto, nella notte di dicembre. “Ma è vero…”, mi dico continuamente. “Manca qualcosa. Mancherà sempre”.

Faccio un altro inspiro, poi espiro. La sigaretta non si è ancora accesa, e me ne rendo conto. Vivo tutto il secondo di questo mondo. Manca qualcosa, è vero. Ma va bene così. Io lo so.

Alessandro

Ingabbiato nella quotidianità e nello straordinario, mischiato tra il rosso del tramonto e la pesantezza dorata dell'alba. Sono autore autodidatta. Mi sento espressivo, solitario e al, contempo, immerso nel tutto, Sono alla ricerca di mille luci e altrettante ombre.
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